La gola tagliata del sole di Hafid Gafaïti


Hafid Gafaïti : La gola tagliata del sole , Lietocolle 2007

– Se alzi la voce morirai, se non alzi la voce morirai. Allora alza la voce e muori ! – in una Algeria devastata dalla interminabile lotta tra l’integralismo jihadista che ha coniato questo slogan, e un regime autoritario che cerca di autoperpetuarsi, dove ci si accusa vicendevolmente della strage dei civili, Hafid Gafaïti non può restare indifferente allo strazio della sua patria : “ vengo da un paese/ illuminato dalle braci/ di montagne abbaglianti/ …/ dai villaggi razziati/ le strade in fiamme/ dai cammini bagnati di sangue/ …/ dall’intelligenza distrutta/ la scienza ferita/ dai poeti assassinati/…/ dove le scuri degli assassini/ incrociano i fucili dei tiranni/…/ il mio paese non è un paese/ è l’estate.” Testo che prende il titolo dagli ultimi due versi.
Noto autore e studioso di letteratura francofona, anglofona e comparate, esiliato negli Stati Uniti, Gafaïti unisce straordinariamente la potente aulica concretezza della poesia araba alla raffinata ironia e all’astrazione delle metriche occidentali : “ eccoci/ di nuovo vecchi/ non ricchi/ placidi/ sdentati e contenti “ fino a rievocare sconcertato uno scontro assurdo tra le culture alle quali attinge, tra religioni simili che pure predicano il perdono e la pace : “ ogni volto evoca un canto/ ma lottano tra loro diversi gli dei/ imponendo ognuno la sua voce “ ( disperazione monoteista ).
Intellettuale cosmopolita, fa da ponte tra diversi popoli, attinge alle acque del Mediterraneo e alla filosofia zen, ed i versi, spesso crudi ed intensi ma anche lineari, riecheggiano in un panorama epico la tragedia della sua terra “ il cavallo alato sparito/ il perdono venduto/ l’amore proibito/ la nostra gente piange la propria carne/ sogni decimati/ uccelli agonizzanti/ bambini squartati ai quattro venti “ ( il nostro popolo ).
Tuttavia risplende in tanta ferocia la bellezza della patria “ madre Algeria/ stella tanto amata/ oggi sei vomitata/.. / padre Algeria/ i tuoi figli ti maledicono/ “ e lo strazio di vederla soccombere, nonché il senso di colpa per la fuga: “ che resta di noi/ morti alla meglio in esilio/ traditori traditi/ sempre disprezzati. “
Ma il poeta non cede all’odio, e alza anch’egli la voce, ma contro la violenza, rifugge dal doversi schierare con l’una o l’altra parte, entrambe macchiate dal sangue dei fratelli “ dove ogni soldato che spara/ raccoglie un fratello “ come il Quasimodo in “ Uomo del mio tempo “Gafaïti propone saldo il valore dell’umanità e della cultura, ricorda per nome, accoratamente, gli amici intellettuali assassinati per la difesa del dialogo, e denuncia l’ipocrisia dei politici “ come sempre i politici-cani mentono/ non credono che ai vivi “ ma senza mai arrendersi allo sconforto: “ le onde possono ancora ballare/ il grano crescere/ tanta ingiustizia/ tra le gemme e l’estate. “
Sole ed estate che sempre riappaiono, insieme alle fiamme, nell’immaginario dei testi. La raccolta termina con “ devastazioni “ che riassume in sé l’opera , e negli ultimi versi “ e nel cuore dell’uovo/ circondato dai serpenti/ la sporca perla/ del futuro. “ seppure adombrata dal marciume dei coaguli e dal veleno, rimane la speranza.
L’estate, l’acqua, gli uccelli migratori, il suono del liuto, i bambini splendidi/ di orgoglio e dignità, sono per Gafaïti la perla racchiusa ancora in El-Djazaïr ( in arabo Le isole ) l’Algeria, dove poter tornare ed “ è per questo/ che cammino in fretta/ rifiuto il superfluo/ e cerco/ dopo tutto questo tempo/ di abbracciare la mia gente. “

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