ECHI SULLA MONTAGNA


ECHI SULLA MONTAGNA

“ Se una persona non agisce nella realtà, ma solo nella fantasia, diviene essa stessa irreale” R.D. Laing: L’io diviso.

Hotel Milano, ore 22.00 dell’8/1/2007

Inizieremo le ricerche domani, ordine del prefetto.
La neve è alta e non è possibile percorrere la montagna nella notte, del resto la perlustrazione effettuata dall’elicottero non ha dato esito.
Chissà perché l’insegnante si è inerpicato per questi sentieri ?
Sedute al tavolo accanto al mio due anziane signore parlano di lui, del suo amore maturo per un’allieva e dell’inaspettata convivenza che forse lo aveva sconvolto, sembrano scandalizzate ma ne percepisco a tratti l’invidia.
Poi accennano a una rapida malattia, a una prognosi infausta, gli accenti ora si fanno più mesti.
So poco di lui, ma se potessi ritrovarlo in forze alle prime luci del mattino vorrei ascoltare la sua voce e capire perché ha deciso di scalare la montagna nella notte, quasi fosse il vecchio capo in un racconto indiano. Ma se anche fosse morto vorrei sapere come ha trascorso questi ultimi due giorni nella solitudine, prima che in paese si accorgessero della sua assenza e scattasse l’allarme, e cosa ha provato negli ultimi minuti.
Certo fantasie e ricordi, sensazioni e sogni si sono succeduti.
Forse ha parlato con la natura e questa gli ha risposto.
Forse nella estrema camminata qualcosa è cambiato dentro di lui ed era ciò che lui attendeva.

I Presso il torrente

– Mi guarirai ?
– Avvolgerò la tua mano di fili d’argento, porterò al mare la tenebra della tua malattia.
– Sei fredda, come puoi guarirmi ?
– Diventerai come me : saprai cambiare di continuo.
– Il mio sangue ti renderà amara.
– Ti sei lasciato alle spalle una piccola cascata, non l’hai vista dalla strada. Mi purifico tra quei sassi.
– Non riesco a parlare, la saliva mi cala continuamente in bocca, ma la gola è secca. E la nausea mi priva delle forze.

Sarà un corteo silenzioso: Lucia piangerà appoggiandosi al suo uomo imbarazzato. Si ricorderanno solo allora di me, di quello che contavo per loro. Troppo tardi.
Pochi passi. Lascio impronte sulla neve. Respiro fondo.
L’aria di montagna è pura. Sento l’acqua filtrare nelle scarpe. Le sento anche al fegato ora… fitte. Se non avessi mai rimuginato non mi sarei ammalato….morire adesso…non invecchierò… non mi sentiranno chiedere aiuto. Solo chi mi vuole bene avrà dispiacere, cioè poche persone. Perché disperarsi per la mia perdita? Per quel poco che ho inciso nella vita degli altri ? Solo Lucia…ma forse era un’illusione, un gioco da adolescente… non cercava me, solo una maschera.

Lo schiavo si libera, esce dalla casa dei padroni e fugge verso la foresta.
La tigre lo segue con passi felpati. Lo schiavo corre, ansima, striscia tra gli arbusti che lo sferzano, è pieno di terrore, ma il coraggio che gli dà la libertà ritrovata è ancora maggiore.
La tigre non lo odia.
Lo schiavo entra nella torre azzurra, sale uno ad uno i gradini di pietra. Dopo l’ultimo, dietro il portone di legno massiccio, si apre la volta celeste. Corre, corre.
Sotto la tigre attende, lo desidera. Le gambe dello schiavo sono scolpite di muscoli poderosi che suonano nella penombra della torre, la tigre ha zanne disegnate di radici e fusti, create per immergersi in quei muscoli e crescere.
Arriva all’ultimo gradino, bussa alla porta.
Gli apre la tigre.

– Chi è ?
– Sono Lucia, professore.
– Entra, vuoi toglierti la giacca ?
– Grazie.
– Cosa desideri ?
– Sono venuta a salutarla, senta che mani ghiacciate.
– Fa freddo fuori.
– Cosa fa il pomeriggio sempre in casa ?
– Leggo. Poi devo preparare la lezione di domani. Certi giorni dormo.
– Non viene nessuno trovarla?
– Qualche volta sì.
– E vive da solo ? Non ha figli ? Non si è mai sposato ?
– Perché mi chiedi questo?
– Scusi, così, pensavo.

– Perché sei così triste stasera ?
– Per la pioggia, vorrei essere fradicio, là sul marciapiede, per lavare la polvere che ho sul viso.
– Sei troppo solo.

Lo schiavo è disarmato, può solo mostrare alla tigre le mani nude aperte, poi si inginocchia e le porge il collo. La tigre vi affonda le zanne spietate. La tigre ha la gola celeste.

– È notte, ho la tenebra nel cuore.
– Mi fai pena.
– Talvolta l’inverno, se la mattina è assolata, odoro la brezza che investe la strada.
– Mi fai tenerezza e ti voglio bene.
– In quei momenti è l’estasi.

– Sgorghi da dentro la terra e sei così limpida.
– Ne sono generata, vi abito da sempre e la vivifico.
– Mi riprenderete ?
– Senza dolore.
– Vorrei che fossi luminosa come una cometa.
– Avevi una luce e l’hai persa.
– Mi bruciava. Ho preferito la notte e il sogno.
– Hai ancora le stelle.
– Si spengono una ad una.

( fine 1° parte – continua )

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