Quando avevo undici anni – Scusi signore


Racconti di undicenni… hanno partecipato altri autori: Rosalia Messina, Maria Alberta Fiorino, Trap, Giuseppe Pavich, Lucia Sallustio, Annamaria Trevale, Andrea Bonvicini, Ippolita Cassisa, Stefano Mascella, Alberto Caprara, Daniela Rindi, Giovanna Astori, Francesca Violi, Vanessa Banfi, Arianna Lattisi, Diego Di Dio.

SCUSI SIGNORE

– Scusi, signore: posso sedermi qui, nel posto vicino al suo?
– Certo che puoi, è libero. Sei tu, vero? Il ragazzino con la frangetta e la cravattina sulla camicia chiara, ti si vede poco, con gli occhi bassi, defilato e parzialmente coperto dal compagno di scuola più estroverso che sorride in prima fila. Mi ricordo bene di te, sai?
– Io, signore, credo di non conoscerla.
– Non sogni. Non hai girato la maniglia della seconda porta. Quella che nessuno desidera schiudere. Quanto siamo diversi. Non puoi immaginarlo. Tu l’ultimo nella foto di classe, ma pieno di speranza. Tanta che me ne è rimasta un po’. Sei tu. Sono io. La casa dove abiti è in bianco e nero come la foto della classe: quarto piano senza ascensore, stanze semivuote, silenzio, le nonne che cucinano, termosifoni che nelle sere d’inverno sprizzano acqua nerastra. Un terrazzino di cemento si sporge a guardare un piazzale di ruderi.
– Lo spiazzo è cosparso di pietre e bottiglie rotte. Ma a me piace perché lascio volare gli aeroplanini di carta e viaggiano lontano. Paolo è bravo a fare quelli che rimangono a lungo in aria. Dice che vuole studiare per diventare ingegnere. I miei invece sono a punta, veloci, riesco a farli arrivare quasi fino alle case dall’altra parte della strada. Salgo e scendo di corsa: quattro piani in due secondi.
– Non esagerare. Cosa vuoi per pranzo? Sei in gita scolastica?
– Sì. Ordino io al cameriere, grazie. Prendo una minestra in brodo, con la mamma sono d’accordo così. Lei non ci crederà, ma a correre vado più forte anche di mio fratello.
– Sai cosa ho letto nel tuo tema: “le ore di gioco le trascorrerei volentieri con mio fratello”. Perché trascorrerei?
– Paolo studia. Se anche gioco da solo dice che lo disturbo. Ma un po’ è vero. Gioco con la palla in corridoio.
– “Spesso si diverte a impaurirmi oppure mi rompe le costruzioni alle quali ho lavorato per diverso tempo” hai scritto. E la professoressa come ha valutato il tuo tema?
– Ha aggiunto in rosso una virgola dopo “costruzioni”. Mio fratello è stato suo alunno ed era molto obbediente. Vede: qui c’è un altro visto. Tempo fa la prof tutta vestita di nero con quel suo covone di capelli grigi ha letto dalla cattedra un ciclostile: “Domani cade la festa della mamma, ognuno può presentare un compito facoltativo, un tema oppure un disegno, sulla mamma che con la sua presenza amata…” Allora tutti anche le fanciulle…
– Fanciulle? Le ragazze!
– Guai a farsi sentire dalla Massoni! Vuole che le chiamiamo fanciulle. Gli altri sbuffavano: la mamma? Ma chi se ne frega! Picchi dice: per me se muore è lo stesso! Anche Zardo, arrivato con un dente spezzato da un colpo di fionda: Un tema! Che rottura di palle ! ripeteva. Allora non l’ho presentato, né il tema, né il disegno, così ho fatto prima. La mattina dopo quando è arrivata la prof ci ha chiesto il compito all’appello: Aldrovandi ecco, Arditi arrivo, Barlantini ce l’ho… tutti l’hanno consegnato. A molti l’aveva scritto proprio la mamma. L’unico senza ero io. La Massoni dice che sono un figlio degenere. Ci tratta da bambini e non scherza mai. La prima poesia che ci ha dettato fa così:
C’era una volta una bimba assai bella/ che sulla fronte ci aveva una stella/ babbo era morto era morta la mamma/ Stelluccia in cuore teneva una fiamma
– Grande era il monte piccino l’asilo/ Stella campava con l’ago e col filo…
– Pensavo che questa poesia schifosa la ricordassi solo io..
– Mi è tornata in mente. Ma qui hai scritto: “poi c’è stata l’ora di italiano, durante la quale abbiamo fatto –sottolineato in rosso- Iliade” “i miei insegnanti sono tutti buoni, tra loro prediligo la professoressa di lettere e quella di matematica.”
– La mia mamma dice che devo essere educato e controlla i temi.- gira il volto e gingilla i bottoni della maglia di lana. -Anche gli altri. Dicono che la prof li fa vomitare, poi scrivono che è brava e buona. Lo sa con chi mi diverto? Con quella di spagnolo: sembra Maga Magò. Mentre fa lezione preparo delle pallottoline di carta che infilo nell’astuccio di una bic. Diventa una cerbottana. Io riesco… -guarda se qualcuno sta ascoltando– riesco a centrare il buchino dell’orecchio della prof. Che non riesce mai a beccarmi. Mio padre se lo sa prende la cinghia.
– Ah, ridi finalmente! Non sei un angioletto, cominciavo a preoccuparmi. Ti piacciono le ragazzine, eh? Sei diventato rosso! Chi è quella a sinistra nella foto con il viso d’angelo ?– ha rovesciato il bicchiere con l’acqua
– Lucia Ghetti, è scritto dietro. Ma le ragazzine non mi guardano. Stanno dietro agli sboroni. Zardo è forte, sembra Tarzan. Walter piace di più, ha gli occhi azzurri come Alain Delon, Enrico è simpatico, sa un sacco di storie che fanno spanciare. Anche Fausto, che è ricco, sempre con Lacoste nuove e le scarpe inglesi di camoscio.
– Sei all’angolo. Questi vestiti, che sembrano usati, erano di Paolo?
– Qualcuno sì. Ma non conta. A casa dicono che assomiglio a un cantante americano. Non so se crederci. I miei coetanei sono più sinceri. Però quando a Educazione fisica Morlai ci ha preso in giro perché scendendo dalla pertica tutti fanno un saltino a dieci centimetri da terra, ho deciso di fargliela vedere: sono arrivato in alto, ho toccato il soffitto a sette metri, e da lì mi sono lasciato andare.
– Mi volevi su una sedia a rotelle!
– Doveva vedere il prof come si è incavolato! Diceva che se mi infortunavo era colpa sua. Così impara a dire che siamo paurosi. Uno da grande deve essere coraggioso.
– Ce l’avessi io il tuo coraggio incosciente. Ricordo una canzone che parlava di un eroe argentino: Che Guevara. Quando stava per essere fucilato e gli serviva aiuto non è intervenuto nessuno, gli amici si erano sistemati, la canzone diceva “siamo troppo grassi comandante.“
– Mi piacerebbe sparare con un fucile vero, prima giocavo con i soldatini, adesso mi vergognerei. So chi è Che Guevara: non leggo solo Topolino. Allora è morto! Quando?
– Tempo fa.
– Però la canzone di prima non l’ho mai sentita. Paolo che suona la fisarmonica mi fa ascoltare: I tuoi occhi verdi: “le nostre parole/ sembravano raggi di sole…” Va al liceo e secondo me è innamorato, ma non vuole che si sappia. Anch’io però ho un segreto: una paura ce l’ho. Temo la solitudine. La notte non mi addormento perché torna un incubo: mi cerca un mostro, pare uno yeti, a volte è verde e squamoso.
– Chi sarà questo mostro polimorfo? L’ho cercato, con gli strumenti della psicanalisi, nei meandri del cuore e della memoria, ma non l’ho scoperto. E’ l’ingiustizia che senti su di te? I genitori che ti braccano, che temono la tua indipendenza? O prende forma il mostro di un’adolescenza ormai prossima cui vorresti sfuggire? – lui non mi ascolta più, preferisce argomenti concreti -Hai scoperto qualcosa dei tuoi genitori?
– Abbiamo fatto un viaggio a La Spezia. Era giunta la notizia che mio zio era morto improvvisamente. Erano otto fratelli nativi di una borgata dell’Appennino, radicati in diverse città e in Francia. Il babbo è l’ultimo. Anche se ormai è vecchio, ha più di cinquant’anni e i capelli grigi.
– Si mise alla guida, taciturno com’era, silenzioso ancora più del solito, indossava un paio di occhiali scuri dall’intelaiatura giallognola. Non li avevo mai visti prima e pareva, lui così onesto, un trafficone di seconda scelta. Mai si era mostrato piangere, ma io per la prima volta mi sono sentito vicino a lui. Un essere umano, non un capofamiglia. Dello zio invece non ricordo il nome. Di quella miriade nebulosa di uomini anziani e seri, freddi e distanti, non me ne importava molto.
– Si chiamava Gino, l’ho scritto.
– Fine gennaio, l’auto noleggiata procedeva sul litorale ligure, una mattina fresca, schiacciavo il naso sul finestrino per riconoscere i paesi studiati sui sussidiari. Non c’era allegria, ma il dolore non mi sfiorava. Attraversavo il cuore del paese, dove soggiornavano i magnati dell’industria, o gli artisti, lontano dalla mia terra di confine, infida e rissosa. Ecco i cancelli dell’Occidente, che riluceva nei cofani argentati delle Alfa e delle Lancia, o delle Citroen morbide come astronavi che passavano il confine. Ma il gracchiare della radio, crepitato attraverso l’interferenza del motore, ci sorprese.
– A Sanremo un giovane si è ucciso. Si è sparato un colpo di rivoltella alla testa. Hanno trovato il corpo nella camera 219 della dependance dell’Hotel Savoy. Si chiama Luigi Tenco, ieri sera era tra i protagonisti del festival.
– Diranno che nel testo già aveva annunciato la sua fine. Che l’autista aveva scovato una pistola nel cruscotto dell’auto.
– Ha cantato una canzone passata inosservata: Ciao amore ciao. Intervistano Ravera, l’organizzatore del Festival: Tenco ha lasciato un biglietto dove ha scritto che non accetta le decisioni della giuria che gli ha preferito una canzone scadente. Spera che la sua morte serva a chiarire le idee. Nella sala ci sono i poliziotti, piange qualche cantante in smoking , si discute se sospendere la manifestazione. C’è anche Claudio Villa, non mi piace, così antiquato.
– Antiquato, eh? Vincerà lui. Il Festival proseguì. Vinsero le case discografiche con le loro raccomandazioni. In un mondo di luci/ sentirsi nessuno, diceva Tenco. Nessuno, come voleva tornare a essere. Le luci sono rimaste accese.
– Assassini. Farabutti! gridano nella sala del Festival. Ma con chi ce l’hanno? Si è ucciso da solo!
– Mi sono innamorato di te/ perché non avevo niente da fare aveva detto, forse la noia lo corrodeva. Non è facile avere vent’anni e accorgersi che il dritto e il rovescio si scambiano sotto i tuoi occhi limpidi.
– Strano quello che ha detto. Innamorarsi non vuol dire essere felici? Per questo non sono pronto. I ragazzi più grandi non si divertono più, prendono tutto sul serio. Se devo essere sincero, non voglio neanche diventare come lei. Ha studiato, sa tante cose, ma è noioso, sembra Claudio Villa. Non scherza. Adesso che l’ho conosciuta sono ancora in tempo, cambierò strada.
– Ciao ragazzino. Stai con i tuoi amici. Devo partire.
– Buongiorno signore. Sì, meglio diventare un campione dello sport.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in antologie, narrativa, racconti, scrittura. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Quando avevo undici anni – Scusi signore

  1. Paolo Secondini ha detto:

    Tralascio, deliberatamente, riflessioni sul contenuto, valido sempre e comunque, poiché scaturente dall’io emotivo e pensante dell’autore; mi soffermo ad analizzare lo stile narrativo: accattivante, se non altro per il fitto ed esclusivo dialogare, quasi un considerare, sillogizzando, accadimenti determinati.

    • Andrea ha detto:

      Ringrazio Paolo Secondini per l’attenzione e le considerazioni stilistiche: il fitto dialogare è stato per me un utile suggerimento di altri autori, si è rivelata una soluzione in più per la narrazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...