Gli studi di un aspirante intellettuale, da Luciano Bianciardi


Qualche giorno fa un autore mi ha consigliato un delizioso pamphlet di Bianciardi:
“Non leggete i libri: fateveli raccontare. Sei lezioni per diventare un intellettuale dedicate in particolare ai giovani privi di talento.”
Con ironia il primo capitolo si proietta sull’educazione del giovane aspirante intellettuale. Ricordo che lo scritto è del 1967.
“I figli di genitori facoltosi hanno naturalmente tutti i vantaggi che offre il danaro, ma è probabile che decidano di spenderselo, anziché usarlo ai fini della carriera, visto che tutte le carriere hanno per fine il danaro, ed è poco probabile che l’investimento sia redditizio.”
“Proprio lì, dunque, nel ceto medio e spesso mediocre, è più probabile che si reclutino gli intellettuali di domani. I suoi studi sono stati faticosi, e in buona parte inutili. Secondo i programmi dovrebbe sapere tutto: la storia della letteratura italiana, latina, greca, inglese, venti canti della Divina Commedia, a memoria, l’arte di tutti i tempi e i paesi, la trigonometria, la botanica, la geografia, l’anatomia umana, tutta quanta la storia (…) Ha letto dunque il pensiero universale, da Talete a B. Croce, passando per Platone, Aristotele, San Tommaso, Locke, Kant, e Hegel. Se il nostro giovane è diligente, avrà l’impressione di essere in regola con i programmi, cioè di sapere tutto. (…) Se invece il nostro giovane ragiona un poco, si accorge di avere perso anni preziosi. (…)Avrebbe potuto smettere in seconda elementare, una volta appreso l’abbaco. In seconda elementare un ragazzo normale sa già scrivere come un beatnik, e continuerebbe volentieri su quella strada, ma la maestra, con tanta fatica, ha saputo correggerlo, i professori hanno fatto il resto e adesso, a vent’anni, il Nostro scrive esattamente come Giuseppe Lipparini. Toccherà a lui la fatica di disimparare, riapprendere i modi dell’anacoluto pregnante, dell’antisintassi, passare da Manzoni a Verga, da Verga a Gadda, da Gadda a Kerouac.”

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