A META’ AGOSTO


A METÀ AGOSTO

– Quanto sei idiota ! – disse Cirò strattonando l’altro con quelle mani grosse e dure come una zappa – proprio con te mi dovevo mettere.
– Vai all’inferno – gli rispose Petito – devo stare attento che non mi mordi all’orecchio come Tyson.
Petito era su di giri, sudato fradicio sotto il sole di metà agosto, su quella collinetta tonda che, nella spianata campana, pareva innalzata con un secchiello da un bambino troppo cresciuto. Su di giri tanto da non tener conto che lui a scavare era un soldo di cacio e Cirò con una sola mano poteva stringergli il collo come a un galletto. E tirarlo.
Ma erano a un metro da una cavità che aveva un origine molto ambita: una tomba etrusca o forse greca.
Cirò era là, lo pressava con il suo torace bovino, grugnendo – Lascia fare a me, sono due ore che non vai avanti di un centimetro. Ho una sete che non ne posso più – A chi lo dici – rispose Petito con voce in falsetto – tu l’anno scorso hai spaccato un’anfora panatenaica da tremila euro… qui c’è dell’oro, ti assicuro! E’ roba etrusca, gioielli capisci, anfore, statuette. Sento che qualcosa si sposta!
– Ho sete, fammi passare – riprese il compare, strattonandolo di lato con le sue zappe ruvide che chissà quanti calcestruzzi avevano spostato – ci vorrebbe del vinello o dell’acqua fresca – e iniziò a estrarre velocemente le pietre – Acqua fresca, mai ti ho visto berla, il sole ti deve aver picchiato bene sulla testa – rise Petito – Se vuoi che vengano bene i tuoi lavori, acqua ai mattoni e vino ai muratori – rispose Cirò, e agguantò con le braccia un masso che emergeva da sotto il terriccio per farlo ruzzolare a valle. La tomba era ormai accessibile.
– Se ci vedono andiamo in gattabuia – spifferò Petito, girando nervosamente il collo sui due lati. Era anche lui fradicio per le gocce di sudore che gli scurivano la maglietta azzurra e ungevano i riccioli neri come fossero brillantina.
Sotto si intravedevano due forme ovalari coperte di polvere, Petito sporgendosi dalla cintola in giù cercò di dipanare la coltre di terriccio che nascondeva gli oggetti – Tienimi per le ginocchia Cirò – disse – e dai! – Ti lascio andare a far compagnia agli scheletri – rise grossolanamente il muratore.
– E guarda qui, ci sono anfore!
– Solo anfore… spazza ai lati.
Petito spazzava con le mani e tossiva – Due o tre monete, eccole.
– Fammi vedere – annuì Cirò e ne prese una incrostata e illeggibile – sembra romana, vale zero – aggiunse.
– Non c’è oro.
– Dammi le anfore – ruggì Cirò – tanta fatica inutile.
– E dai, prendila su! – sbuffò l’altro che temeva il peggio quando Cirò si innervosiva
– Cirò afferrò il reperto e poi tirò su il compare, non faceva troppa fatica perchè Petito era magrissimo e sotto i vestiti si intravedeva il bacino scheletrico, ai cantieri e al mercato non lo assumevano e per sopravvivere aveva iniziato a fare il tombarolo.
Petito si rialzò con l’altro recipiente in mano e scosse la testa bianca di polvere – E che anfore, sono bottiglie! – rise forte – Cirò lo guardava di sbieco – Che ridi? Pezzi di vetro da raccolta differenziata.
– Bottiglie di vino, Cirò, questo è oro ! Sono ancora piene, chissà a quanti archeologi o enologi interessano,vorranno scoprire la gradazione, i vitigni dell’epoca, è vino bianco, sembra Fiano…
– Tu hai studiato tanto che non capisci più niente – sentenziò Cirò – e come facciamo a venderle a questi illustri scienziati? ora ti faccio vedere io…
Petito tremava, e non era certo per il freddo, il muratore prese la bottiglia dalle mani del complice e con gesto deciso sbatté il collo chiuso da un tappo di legno nero, forse sughero carbonizzato, contro una grossa pietra : il collo si spezzò di netto.
– Ho sete, meglio ancora se è vino – dall’alto se lo versò a garganella nella gola spalancata – altro che se è buono, è fresco come la notte, chiamali fessi quelli! Assaggia… tanto questa spettava a me – e allungò la bottiglia a Petito che, perplesso e timoroso di potersi ferire, a sua volta la avvicinò alle labbra.

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