La chiamano strada di Luca Pedretti


la chiamano strada

Se la silloge “La chiamano strada” fosse prosa la potremmo definire un “romanzo di formazione” tanto spazia sul mondo del protagonista nella sua evoluzione e nella sua visione del mondo.
Già dai primi testi ci accompagnano versi tesi tra la canzone e la lirica:

Ed i figli non cercati/ hanno un passo solitario/ si sentono non capiti/ nel tempo che ha cresciuto/ nel loro cuore boschi inaccessibili/ senza dargli coraggio/ di recidere un solo ramo.

Partendo dal punto focale, il rapporto d’amore ( Io ho te/ in una strada lunga una vita ) la ricerca dell’orizzonte, uno scopo forse che consenta di arrivare e non rimanere in quel punto che è sì rassicurante ma rappresenta anche l’inutilità e la fatica di vivere, si passa ai ricordi dell’infanzia ( La leggerezza delle nuvole) alla scuola ( Cent’anni fa) alle crisi adolescenziali ( Notte) ai primi impegni di lavoro.
Da qui parte una ricerca introspettiva (Castelli di carte) quasi una confessione al mondo ( A rischio di sembrare ingenuo/ ho amato tutto ciò che ho incontrato/ … e la bellezza è che ancora amiamo. In “A rischio di sembrare ingenuo”.)
Poi si apre una galleria di liriche d’amore e di scene epiche, donne e amici incrociati nel cammino, fino al richiamo per la propria terra e alle cronache del nostro tempo, i campi di sterminio, le solitudini addolcite dalla forza eterna dell’amore, i cieli cupi ingialliti dalla guerra. Uno sguardo a 360 gradi sulla nostra società, dai ragazzi persi il giovedì sera, ai clandestini e ai profughi sui barconi, dai madonnari a tutti gli attori e comprimari che ci accompagnano. “Il Natale dei pazzi” è uno dei brani più intensamente lirici, ricco di malinconia e pathos, sulla malattia mentale.
Il linguaggio è ricco, a tratti traboccante, e porta con sé il bagaglio culturale delle ultime generazioni, da bianconiglio a Facebook, dal DNA agli articoli del codice, anglicismi e nomi della cultura e della cronaca, ma senza intenti dimostrativi, compaiono con naturalezza le voci ricorrenti del presente.
Il finale è dedicato alle speranze, da “70 anni di pace”, l’essenza della vita è il rapporto con gli altri ( Ma tutto quello che rimane/ viaggia nelle menti/ come un fiume nelle stagioni/ ed è la speranza/ che ci sia un domani/ tra paura e coraggio/ con gli altri… )
Forse Luca Perdetti si sente “uno che resta/ in un vestito troppo stretto” . “Canzone per non importa chi” suggella il lungo cammino, con il senso di inadeguatezza ad affrontare e risolvere i problemi del mondo, ma anche con “una promessa fatta al cielo” di non arrendersi.

Una silloge complessa che sottolinea un’attitudine per la poesia a cui l’autore attingerà nel suo futuro artistico.

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