Giulia e io


Giulia e io

Il campanello suona ancora. Nello studio le dita di Sofia planano sulla tastiera con soffici tocchi e The Lords of the Rings evapora nel corridoio assorbendo le interferenze. Driin… Giulia troverà il modo di salire, seguirà il primo condomino di passaggio e busserà. Avvicino mia figlia che continua l’esecuzione di The prophecy, e mentre ondeggia dolcemente il busto le accarezzo i capelli. Giulia tra poco arriverà. Torno a sedere al tavolo e appoggio la caffettiera sul fuoco acceso. La sorellanza. Qualcuno dice che allunga la vita, come racconta lo spot delle telefonate. Ma se allunghi lo stelo di un fiore si spezza. Se allunghi un sorriso ne fai una ferita di sarcasmo. Davanti a me la macchia dell’olio che Sofia ha rovesciato sul tavolo si allarga ancora. Fisso come scurisce la tovaglia color vinaccia e ne impregna il colore esaltandolo. Ecco: Giulia è arrivata al pianerottolo. Bussa con dolcezza, come se le dita affusolate accarezzassero le corde di un’arpa. La felicità non si manipola, si trova. Mia sorella e io non l’abbiamo trovata. Su di me si posano gli occhi interrogativi di Sofia che ora attende immobile. No, Sofia, non risponderò. Siamo divise dalla nascita ma il muro non cade. Forse eravamo lontane da prima, in quel giardino incantato che a lei ha concesso la primavera negli occhi e il tumulto dell’estate, a me i torrenti gelidi e foglie in disfacimento. Non mi soffermerò, Giulia, sulle promesse caduche dei tuoi amanti, o a raccogliere lacrime e sorrisi che anche i miei sogni rifiutano, non attenderò inutilmente che mi chiedi, solo mi chiedi, che io ti racconti le ore di cotone bianco, o di suonerie in prova. Dice Sofia che mi assomigli: è sorprendente come identiche labbra possano richiamare baci o trasparire inosservate, come i miei bottoni di rosa si siano in te aperti in una florida pienezza rivolta alla luce. Bussa ancora Giulia, bussa…Sofia ha ripreso a percorrere la tastiera e il caffè bollente e amaro mi scalda le dita.

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