Pregiatissimo sottosegretario, caro Vincenzo.


PREGIATISSIMO SOTTOSEGRETARIO, CARO VINCENZO

Al Pregiatissimo Sottosegretario di Stato
al Ministero della Giustizia…

Caro Vincenzo, scusa se ti do del tu come quando ci siamo lasciati anni fa.
Mi pesa confessarti che ho bisogno di te per il tuo ruolo di Sottosegretario alla Giustizia,
una veste, lasciami sottolineare, un tempo imprevedibile. Ma dicevi che la fantasia deve
essere al potere e in questo sei stato buon profeta. Ti ho sempre ammirato per questa tua dote di anticipare gli altri, dirigerli, guidarli. Ricordo ancora quando eri davanti a me nell’assedio all’aula di Medicina di Bologna, per boicottare l’assemblea di Comunione e Liberazione. Era marzo del 77, giornate fresche, con un velo di sole sul cielo bianco e la certezza di vivere la nostra giovinezza da protagonisti.
Ci muovevamo tra migliaia di compagni che venivano da tutta Italia. Ci divertivamo a
sgolarci con slogan fantasiosi e irriverenti. La città sembrava ai nostri piedi.
“Se nun ce date da magnà – noi bruciamo la città” gridavano quelli del collettivo di via dei
Volsci. Molti negozi abbassarono le saracinesche e ci sentivamo investiti da un’energia cosmica. Ci sedemmo in Piazza Verdi, vicino al monumento di Joe Pomodoro. Una palla di
metallo lucente. Un segnale che la contemporaneità irrompeva a spezzare un equilibrio ormai superato. Eravamo un gruppo accampato tra rotoli di filo d’acciaio e superfici di cellophane sui cui scrivemmo con lo spray rosso scritte inneggianti. Erano la nostra tenda con i segni di guerra. I nostri tepee. El pueblo unido jamas serà vencido… Qualcuno suonava con il flauto le musiche andine degli Inti Illimani. Sui volti di molti di noi comparivano tatuaggi di rimmel e maschere colorate, che ci avevamo dipinto l’un l’altro. Occhi cerchiati di nero, guance e fronte bianca, le linee che si intersecavano sul viso dei maschi. Ci sentimmo la nuova onda della rivoluzione, tra miseria e rivendicazione. Gli Indiani Metropolitani si appropriavano, anzi riappropriavano, della civiltà che era stata loro espropriata. Girovagai sotto i portici del
centro e nelle straduzze del quartiere universitario. Poi un panino da pochi spiccioli seduto
sul gradino del marciapiede, una birra passata di mano in mano, un tiro allo spinello.
Sono convinto che ti ricordi anche tu di quella di Milano, la guardavano tutti. E ognuno
avrà pensato, come ho fatto io, a come fare per stupirla, per meritare la sua attenzione.
Di sicuro la ricordi. I tuoi slogan erano più roboanti anche per lei, ne sono certo perchè ti
conosco bene. Io immaginai di sfondare il cordone della polizia. Una manganellata poteva
valer la pena prenderla pur di riuscire. E se cadevo sarebbe venuta lei a soccorrermi, ne ero
certo. Però non c’era tempo per le fantasie, il fermento cresceva. Dovevamo far qualcosa di
memorabile. Tutti insieme, senza individualismo.
Davanti al portone dell’aula ci trovammo alla spicciolata. Pochi per sfondare il servizio
d’ordine e affrontare i quattrocento cretini che discutevano con quel tono pretesco. Però
non si deve mai abbandonare la lotta e pian piano arrivarono i compagni ed eravamo ormai
più di loro. In prima fila stavi tu, con quelli del Collettivo e del Movimento di Milano. Eri “forte” come si diceva. L’avevi presa in ridere. Non avevi paura di niente. Avevi inventato lo
slogan “Barabba Libero”, proprio tu, per colpire i più bigotti.
Ho sempre ammirato la tua fantasia. Mi pareva e non solo a me, di replicare in quella
massa ondeggiante i grandi fatti della Storia, quelli studiati insieme al liceo, quelli ascoltati
dai più grandi nelle assemblee, e nel turbinare dei pugni e delle sciarpe rivedevo il 68, poi
indietro fino alla Resistenza. Ero entusiasta di trovarmi con tanti compagni al centro del
nostro paese. Nel motore del futuro. Tutto poteva cambiare e noi due eravamo attori di
questo dramma. Solo l’intervento degli agenti, chiamati dal rettore, permise a quei fessi di uscire dall’aula. Altrimenti una bella tamburata non gliela avrebbe tolta nessuno. Gli agenti e il Rettore ci avevano fatto sloggiare a suon di lacrimogeni e cercammo la rivincita. Ora non ridevi più, Vincenzo. Non ti ho mai visto così incazzato, se mi permetti questo termine così in voga tra noi. Non era finita, no assolutamente. Preparammo le molotov, due o tre lanci per fargliela vedere. Una camionetta prese fuoco. Allora subimmo la reazione dei Caramba. Ci furono degli spari. Uno perse la testa, se mai l’aveva. Francesco che anche tu conoscevi ricadde sull’asfalto. Che furia allora mi prese,Vincenzo, mi lanciai in cerca di vendetta contro i negozi dei borghesi, contro le banche, le sedi dei partiti.
Rimediai anche due manganellate e un male boia che sento ancora, ma restituii colpo su
colpo come avevamo deciso. Solo alla fine, tra il fumo, mi rivisitò la tua immagine.
Eri stato in disparte a organizzare la lotta. Non eri più davanti a tutti. La tua lucidità era
tornata a galla. Chissà cosa hai pensato di quel ragazzo morto, delle molotov, di quel
poliziotto che ha sparato. Vorrei chiedertelo se adesso hai cambiato anche idea.
Sono convinto che hai riflettuto. Io sono un duro, lo sai. Non mi abbandono alle nostalgie.
I dubbi vengono anche a chi ha ragione. Tu invece hai capito che ogni persona o idea è effimera. Un’illuminazione di certo, che con il tempo ha prevalso. Per qualche anno non ti
ho più rivisto. Ti ho cercato, ma non c’erano i telefoni cellulari e a casa non ti ho mai trovato.
Io ho continuato a battermi, ci ho sempre creduto. Quello che per te fu la fine per me fu l’inizio.
Ho solo aumentato i nemici, i feticci da abbattere. Cambiano da una generazione all’altra e ora siamo in un mondo globale e i miei nemici sono in tutto il mondo perchè tutto il mondo va liberato.
Ti ricordi Vincenzo quando giocavamo a calcio: io correvo e tu realizzavi. Corro ancora
in salita, lo facevo fino a che sono rimasto libero, perché ho il cuore troppo grande.
All’arrivo per la fatica vomito, lascio sulla strada il peggio di me. Tu assimili tutto e fai ancora goal. Vorrei avere un cuore di quelli che si stancano presto, di ognuno e di ogni cosa, e una mente lungimirante. Prima o poi si lasciano i propri maestri, Vincenzo, si mette nello zaino o nella 24 ore quello che si può e si va oltre. Con te però non è successo perché sei sempre un passo avanti.
Non ho la tua intelligenza, sono rimasto legato a una carrozza che si è fermata sul binario
morto, così le passioni, senza una destinazione, esplodono. Se sono andato a Milano è perché pensavo ai soldi delle multinazionali, agli stagionali sfruttati, ti ho immaginato vicino a me. Non averti visto per tanti anni non aveva cancellato la tua presenza. Sono le tue idee, gli slogan beffardi, il tuo entusiasmo che mi hanno trascinato fin ad ora.
Fino all’arresto di Milano. Sono accusato di devastazione secondo l’articolo 419 del Codice Penale, rischio da 8 a 15 anni, aggravati dal fatto che il reato è stato commesso in un esercizio di alimentari. L’esproprio proletario di alimentari è lecito, sostenevi. Quando mi hanno arrestato avevo rovesciato le Coca Cola sul pavimento del Fast Food.
Ti vedo sorridere: ho devastato il locale dove andrei a cena.
Ma in fondo sai che si litiga proprio in famiglia. Non reggerò dieci anni in carcere, con gli
insetti nella minestra. Da quel momento di silenzio a Bologna, da quel silenzio per Francesco steso sotto il portico in una pozza di sangue, hai imboccato un’altra strada. Del resto non è un
tradimento, questo non l’ho mai pensato. Studiavi già allora Giurisprudenza.
Hai solo affinato gli studi e scelto una professione. Non è una colpa fare carriera. Per questo ti chiamo, non per rivangare il passato.
So che probabilmente non potrai farmi visita, ma un Cheeseburger me lo puoi far avere. Se
vieni tu non ti spaventerai per le urla dei detenuti, fanno per interrompere la noia e a volte
urlo anch’io.
Ci spero.
Tuo Giovanni.
– Pronto…è il Direttore della Casa Circondariale? Si, il Sottosegretario alla Giustizia.
Dovrei vederla. Cosa ne dice per domani sera di tre Cheeseburger?

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