Aforisma 18


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Ci sono due categorie di persone. Quelle che dividono le persone in due categorie e quelle che non lo fanno. Quindi meglio starsene fuori.

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Aforisma 17


La vita a volte diventa come un edificio puntellato e instabile. Un intervento esterno, non solo di chi aggiunge un peso da una parte, ma anche di chi toglie un peso dall’altra, rischia di far crollare tutto.

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Aforisma 16


Difficilmente una persona di animo gentile potrà evitare di associarsi con una arrogante.

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GEO E IL PODERE WIFI – racconto per i bambini


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Geo era nato in campagna, figlio di un contadino, uno degli ultimi nella zona. Mattia a scuola lo prendeva in giro per il fango sulle scarpe e perché aveva raccontato che al mattino faceva colazione con un ovetto. “Le galline vivono in casa? “ gli ripeteva “Dormono con te?”.
Geo si era confidato con la mamma, ma l’unica spiegazione era che ogni famiglia aveva un lavoro e la loro era una famiglia di contadini. Avrebbero avuto sempre aria buona, animali mansueti e prodotti freschi per mangiare. Per qualche anno Geo si era fidato. Poi i dubbi erano cresciuti con lui. “Cosa fai oggi?” Gli chiedevano i compagni. “Gioco con il mio cane Lotus” rispondeva.
“Io con l’ultima play station! Tu ce l’hai? ” lo canzonava Mattia.
Di giorno in giorno Geo diventava più insofferente.
“Papà, non passeremo tutto l’inverno ad aspettare che i cereali crescano?”
“Si deve fare così, Geo. Ci vuole tempo per crescere.”
“Ma è tempo perso.”
Alle superiori era riuscito a farsi comprare il computer ed ebbe un’idea. La campagna doveva produrre in fretta, così ci sarebbe stato più tempo libero. “Se c’è più luce la frutta cresce prima. E se innaffiamo meglio i cereali aumentano”. Geo chiese al padre di modernizzare.
Batterie solari consentirono a delle lampade di illuminare gli alberi da frutta e le verdure negli orti. Un sistema di pompe portò più acqua per irrigare. Spese una cifra ma a fine stagione un buon raccolto aumentò le vendite e il padre pareggiò quasi i conti.
“Allora Geo, come vanno i tuoi esperimenti?” chiese Mattia, che girava con la cuffia nelle orecchie.
“Bene. Sono solo all’inizio”.
“E le mucche?”
“Cosa intendi?” rispose Geo.
“Con le ragazze ci troviamo tutte le sere. Tu stai bene con le mucche.”
“Sabato vengo anch’io. Dove vi trovate?”.
Geo pensò che lo stavano lasciando in disparte.
Lesse di un sistema per tenere compagnia alle mucche. Fece acquistare amplificatori e qualche dischetto musicale. Alle mucche mise le cuffie sotto le corna. Meglio la musica rock, sarebbe venuto latte più vitaminico. Il latte infatti migliorò. Era ora di intensificare la produzione e ridurre i tempi. Così avrebbe avuto più giorni liberi.
Ordinò prodotti chimici per far crescere il grano in fretta. Due raccolti l’anno, forse tre. E per mungere le mucche, macchine da applicare alle mammelle. Bastava passare la sera e raccogliere il latte. L’ultimo tocco fu collegare tutto con un sistema Wifi. Geo inviava un messaggio e le lampade si accendevano, l’acqua girava nei canali, le macchine succhiavano il latte, i contenitori versavano mangime. Quell’anno fecero due raccolti e la frutta sugli alberi pesava il doppio.
D’estate Geo partì al termine della scuola. Una sera il vento soffiò forte come non succedeva da anni. I rami del frutteto scossero e i frutti caddero. I genitori cercarono di spostare le batterie solari al riparo ma non fecero a tempo e il vento le rovesciò e ne frantumò parecchie. La pioggia trascinò la frutta caduta nelle condutture che si bloccarono facendo allagare gli orti e gli ortaggi marcirono.
Un blackout interruppe la musica e le mucche rimasero sole tra i tuoni. Terrorizzate scalciavano le macchine per il latte e rischiavano di strozzarsi con le catene. Il padre entrò con una pila e aprì i lucchetti.
Le mucche fuggirono nei campi e li devastarono. Quando tornò Geo cercò di limitare le conseguenze, mentre il cellulare squillava.
“Vieni all’Happy hour?” Chiese Mattia.
“Certo. Le disgrazie non devono fermare” rispose e partì mentre i genitori cercavano le mucche.
Era di cattivo umore e, malgrado qualcuno cercasse di consolarlo, non si divertì.
Al ritorno non trovò nessuno. Un biglietto diceva che suo padre era caduto per riportare una mucca nella stalla e che era stato trasportato via con l’ambulanza. Cercò di chiamarlo, ma il cellulare, bagnato, non funzionava. Dove cercarlo? In provincia c’erano tre ospedali. Si distese a letto.
Mentre riposava arrivò il suo cane e appoggiando le zampe lo svegliò. Aveva fame e cercava compagnia. Non c’era tempo da perdere. Diede a Lotus una bistecca poi, inforcato lo scooter, partì verso l’ospedale più vicino, dove fu informato che il padre era stato operato a una gamba in un’altra sede.
“Come stai, papà” furono le prime parole quando lo vide, con la madre vicino al letto, nel reparto chirurgico. “Bene, perché ti vedo. E il podere? Sei stato a casa?”
“Il podere è in ordine. Lotus ha sorvegliato e le mucche sono tornate.”
“Sì. Ci vuole qualcuno presente. Il cane ha fatto quello che poteva, ma solo per far piacere a te.”
Geo riportò a casa il padre qualche giorno dopo e progettò ancora.
In parte le innovazioni rimasero, perché erano utili e costose, ma decise di fermarsi almeno qualche ora tutti i giorni, eliminando i comandi a distanza e le sostanze sciolte nell’acqua, per aiutare e controllare che tutto funzionasse bene. Di raccolti ne bastava uno, se era buono. Il podere si prestava a organizzare partite di calcetto e alzò con gli ultimi risparmi una rete di pallavolo in cortile. Decise anche di organizzare delle feste, in campagna gli amici venivano volentieri più che all’Happy hour e si faceva musica dal vivo. Ma ritornò anche per Lotus che quando lo rivedeva gli saltava intorno e voleva giocare con lui.
Il suo tempo era tornato quello degli alberi e delle foglie, degli animali e delle piogge. Non l’avrebbe più perduto.

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Troppo presto per il Natale, troppo tardi per la fortuna.


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Pregiatissimo sottosegretario, caro Vincenzo.


PREGIATISSIMO SOTTOSEGRETARIO, CARO VINCENZO

Al Pregiatissimo Sottosegretario di Stato
al Ministero della Giustizia…

Caro Vincenzo, scusa se ti do del tu come quando ci siamo lasciati anni fa.
Mi pesa confessarti che ho bisogno di te per il tuo ruolo di Sottosegretario alla Giustizia,
una veste, lasciami sottolineare, un tempo imprevedibile. Ma dicevi che la fantasia deve
essere al potere e in questo sei stato buon profeta. Ti ho sempre ammirato per questa tua dote di anticipare gli altri, dirigerli, guidarli. Ricordo ancora quando eri davanti a me nell’assedio all’aula di Medicina di Bologna, per boicottare l’assemblea di Comunione e Liberazione. Era marzo del 77, giornate fresche, con un velo di sole sul cielo bianco e la certezza di vivere la nostra giovinezza da protagonisti.
Ci muovevamo tra migliaia di compagni che venivano da tutta Italia. Ci divertivamo a
sgolarci con slogan fantasiosi e irriverenti. La città sembrava ai nostri piedi.
“Se nun ce date da magnà – noi bruciamo la città” gridavano quelli del collettivo di via dei
Volsci. Molti negozi abbassarono le saracinesche e ci sentivamo investiti da un’energia cosmica. Ci sedemmo in Piazza Verdi, vicino al monumento di Joe Pomodoro. Una palla di
metallo lucente. Un segnale che la contemporaneità irrompeva a spezzare un equilibrio ormai superato. Eravamo un gruppo accampato tra rotoli di filo d’acciaio e superfici di cellophane sui cui scrivemmo con lo spray rosso scritte inneggianti. Erano la nostra tenda con i segni di guerra. I nostri tepee. El pueblo unido jamas serà vencido… Qualcuno suonava con il flauto le musiche andine degli Inti Illimani. Sui volti di molti di noi comparivano tatuaggi di rimmel e maschere colorate, che ci avevamo dipinto l’un l’altro. Occhi cerchiati di nero, guance e fronte bianca, le linee che si intersecavano sul viso dei maschi. Ci sentimmo la nuova onda della rivoluzione, tra miseria e rivendicazione. Gli Indiani Metropolitani si appropriavano, anzi riappropriavano, della civiltà che era stata loro espropriata. Girovagai sotto i portici del
centro e nelle straduzze del quartiere universitario. Poi un panino da pochi spiccioli seduto
sul gradino del marciapiede, una birra passata di mano in mano, un tiro allo spinello.
Sono convinto che ti ricordi anche tu di quella di Milano, la guardavano tutti. E ognuno
avrà pensato, come ho fatto io, a come fare per stupirla, per meritare la sua attenzione.
Di sicuro la ricordi. I tuoi slogan erano più roboanti anche per lei, ne sono certo perchè ti
conosco bene. Io immaginai di sfondare il cordone della polizia. Una manganellata poteva
valer la pena prenderla pur di riuscire. E se cadevo sarebbe venuta lei a soccorrermi, ne ero
certo. Però non c’era tempo per le fantasie, il fermento cresceva. Dovevamo far qualcosa di
memorabile. Tutti insieme, senza individualismo.
Davanti al portone dell’aula ci trovammo alla spicciolata. Pochi per sfondare il servizio
d’ordine e affrontare i quattrocento cretini che discutevano con quel tono pretesco. Però
non si deve mai abbandonare la lotta e pian piano arrivarono i compagni ed eravamo ormai
più di loro. In prima fila stavi tu, con quelli del Collettivo e del Movimento di Milano. Eri “forte” come si diceva. L’avevi presa in ridere. Non avevi paura di niente. Avevi inventato lo
slogan “Barabba Libero”, proprio tu, per colpire i più bigotti.
Ho sempre ammirato la tua fantasia. Mi pareva e non solo a me, di replicare in quella
massa ondeggiante i grandi fatti della Storia, quelli studiati insieme al liceo, quelli ascoltati
dai più grandi nelle assemblee, e nel turbinare dei pugni e delle sciarpe rivedevo il 68, poi
indietro fino alla Resistenza. Ero entusiasta di trovarmi con tanti compagni al centro del
nostro paese. Nel motore del futuro. Tutto poteva cambiare e noi due eravamo attori di
questo dramma. Solo l’intervento degli agenti, chiamati dal rettore, permise a quei fessi di uscire dall’aula. Altrimenti una bella tamburata non gliela avrebbe tolta nessuno. Gli agenti e il Rettore ci avevano fatto sloggiare a suon di lacrimogeni e cercammo la rivincita. Ora non ridevi più, Vincenzo. Non ti ho mai visto così incazzato, se mi permetti questo termine così in voga tra noi. Non era finita, no assolutamente. Preparammo le molotov, due o tre lanci per fargliela vedere. Una camionetta prese fuoco. Allora subimmo la reazione dei Caramba. Ci furono degli spari. Uno perse la testa, se mai l’aveva. Francesco che anche tu conoscevi ricadde sull’asfalto. Che furia allora mi prese,Vincenzo, mi lanciai in cerca di vendetta contro i negozi dei borghesi, contro le banche, le sedi dei partiti.
Rimediai anche due manganellate e un male boia che sento ancora, ma restituii colpo su
colpo come avevamo deciso. Solo alla fine, tra il fumo, mi rivisitò la tua immagine.
Eri stato in disparte a organizzare la lotta. Non eri più davanti a tutti. La tua lucidità era
tornata a galla. Chissà cosa hai pensato di quel ragazzo morto, delle molotov, di quel
poliziotto che ha sparato. Vorrei chiedertelo se adesso hai cambiato anche idea.
Sono convinto che hai riflettuto. Io sono un duro, lo sai. Non mi abbandono alle nostalgie.
I dubbi vengono anche a chi ha ragione. Tu invece hai capito che ogni persona o idea è effimera. Un’illuminazione di certo, che con il tempo ha prevalso. Per qualche anno non ti
ho più rivisto. Ti ho cercato, ma non c’erano i telefoni cellulari e a casa non ti ho mai trovato.
Io ho continuato a battermi, ci ho sempre creduto. Quello che per te fu la fine per me fu l’inizio.
Ho solo aumentato i nemici, i feticci da abbattere. Cambiano da una generazione all’altra e ora siamo in un mondo globale e i miei nemici sono in tutto il mondo perchè tutto il mondo va liberato.
Ti ricordi Vincenzo quando giocavamo a calcio: io correvo e tu realizzavi. Corro ancora
in salita, lo facevo fino a che sono rimasto libero, perché ho il cuore troppo grande.
All’arrivo per la fatica vomito, lascio sulla strada il peggio di me. Tu assimili tutto e fai ancora goal. Vorrei avere un cuore di quelli che si stancano presto, di ognuno e di ogni cosa, e una mente lungimirante. Prima o poi si lasciano i propri maestri, Vincenzo, si mette nello zaino o nella 24 ore quello che si può e si va oltre. Con te però non è successo perché sei sempre un passo avanti.
Non ho la tua intelligenza, sono rimasto legato a una carrozza che si è fermata sul binario
morto, così le passioni, senza una destinazione, esplodono. Se sono andato a Milano è perché pensavo ai soldi delle multinazionali, agli stagionali sfruttati, ti ho immaginato vicino a me. Non averti visto per tanti anni non aveva cancellato la tua presenza. Sono le tue idee, gli slogan beffardi, il tuo entusiasmo che mi hanno trascinato fin ad ora.
Fino all’arresto di Milano. Sono accusato di devastazione secondo l’articolo 419 del Codice Penale, rischio da 8 a 15 anni, aggravati dal fatto che il reato è stato commesso in un esercizio di alimentari. L’esproprio proletario di alimentari è lecito, sostenevi. Quando mi hanno arrestato avevo rovesciato le Coca Cola sul pavimento del Fast Food.
Ti vedo sorridere: ho devastato il locale dove andrei a cena.
Ma in fondo sai che si litiga proprio in famiglia. Non reggerò dieci anni in carcere, con gli
insetti nella minestra. Da quel momento di silenzio a Bologna, da quel silenzio per Francesco steso sotto il portico in una pozza di sangue, hai imboccato un’altra strada. Del resto non è un
tradimento, questo non l’ho mai pensato. Studiavi già allora Giurisprudenza.
Hai solo affinato gli studi e scelto una professione. Non è una colpa fare carriera. Per questo ti chiamo, non per rivangare il passato.
So che probabilmente non potrai farmi visita, ma un Cheeseburger me lo puoi far avere. Se
vieni tu non ti spaventerai per le urla dei detenuti, fanno per interrompere la noia e a volte
urlo anch’io.
Ci spero.
Tuo Giovanni.
– Pronto…è il Direttore della Casa Circondariale? Si, il Sottosegretario alla Giustizia.
Dovrei vederla. Cosa ne dice per domani sera di tre Cheeseburger?

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Giulia e io


Giulia e io

Il campanello suona ancora. Nello studio le dita di Sofia planano sulla tastiera con soffici tocchi e The Lords of the Rings evapora nel corridoio assorbendo le interferenze. Driin… Giulia troverà il modo di salire, seguirà il primo condomino di passaggio e busserà. Avvicino mia figlia che continua l’esecuzione di The prophecy, e mentre ondeggia dolcemente il busto le accarezzo i capelli. Giulia tra poco arriverà. Torno a sedere al tavolo e appoggio la caffettiera sul fuoco acceso. La sorellanza. Qualcuno dice che allunga la vita, come racconta lo spot delle telefonate. Ma se allunghi lo stelo di un fiore si spezza. Se allunghi un sorriso ne fai una ferita di sarcasmo. Davanti a me la macchia dell’olio che Sofia ha rovesciato sul tavolo si allarga ancora. Fisso come scurisce la tovaglia color vinaccia e ne impregna il colore esaltandolo. Ecco: Giulia è arrivata al pianerottolo. Bussa con dolcezza, come se le dita affusolate accarezzassero le corde di un’arpa. La felicità non si manipola, si trova. Mia sorella e io non l’abbiamo trovata. Su di me si posano gli occhi interrogativi di Sofia che ora attende immobile. No, Sofia, non risponderò. Siamo divise dalla nascita ma il muro non cade. Forse eravamo lontane da prima, in quel giardino incantato che a lei ha concesso la primavera negli occhi e il tumulto dell’estate, a me i torrenti gelidi e foglie in disfacimento. Non mi soffermerò, Giulia, sulle promesse caduche dei tuoi amanti, o a raccogliere lacrime e sorrisi che anche i miei sogni rifiutano, non attenderò inutilmente che mi chiedi, solo mi chiedi, che io ti racconti le ore di cotone bianco, o di suonerie in prova. Dice Sofia che mi assomigli: è sorprendente come identiche labbra possano richiamare baci o trasparire inosservate, come i miei bottoni di rosa si siano in te aperti in una florida pienezza rivolta alla luce. Bussa ancora Giulia, bussa…Sofia ha ripreso a percorrere la tastiera e il caffè bollente e amaro mi scalda le dita.

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